Il giorno 20 febbraio, presso
l’istituto di Don Luigi Sturzo in via Marsala, l’associazione Giovani Liberi e
Forti ha avuto il piacere di partecipare
agli interventi del professor Leonardo Becchetti e del sottosegretario
al Ministero dello Sviluppo Economico Massimo Vari.
A rompere gli indugi è stata la
presentazione del docente di Tor Vergata, che ha tenuto un intervento in merito
alla crisi odierna, focalizzato in 4 parti:
-
breve analisi della situazione
-
cause della crisi
-
possibili soluzioni alla crisi
-
soluzioni raggiungibili insieme
In sintesi, iniziando dall’evidente
disagio nel quale ci troviamo, ovvero la crisi che stiamo vivendo, secondo il
professore sarebbe necessaria un’ottica a livello multidimensionale mentre i
nostri studi sono unidimensionali: abbiamo studiosi specializzati in ambiente,
in economia, in sociologia, ma nessuno di questi riesce a vedere la situazione
sotto tutte le possibili sfaccettature. Oltre a ciò c’è un’errata definizione
di valore, il quale si stagna troppo nel campo economico, mentre la materia che
meglio lo definirebbe è quella del sociale, ovvero una visione di creazione di
valore come aspetti delle relazioni tra esseri umani, basata sul buon vivere e
sulla solidarietà oltre che sulla collaborazione. Un’ulteriore analisi dello
scenario è possibile partendo dalla spiegazione della parola globalizzazione
che non deve essere vista solo come un’ apertura a livello mondiale del mercato
dei beni o servizi (ottica positiva) ma anche come una maggiore concorrenza tra
i singoli cittadini dei diversi stati. A tal proposito è utile analizzare i
dati sui salari per evidenziare la differenza insostenibile tra cittadini dei
cd. paesi in via di sviluppo e quelli dei paesi avanzati. Una iniziale
possibile soluzione per i giovani dei paesi in via di sviluppo diventa quella
di specializzarsi e quindi investire in capitale umano, mentre per i paesi più
avanzati è necessario focalizzare gli investimenti in quei settori di difficile
delocalizzazione come turismo e beni culturali.
Successivamente la parola è
passata al sottosegretario che ha riportato nella nostra sede il resoconto
della commissione europea a cui aveva partecipato giorni addietro, disegnando
un po’ il quadro generale economico europeo. La visione che è stata data ha
messo in evidenza come i precedenti obbiettivi dell’agenda di Lisbona siano
stati troppo ottimisti, difatti il triangolo coesione crescita e stabilità a
cui mirano le politiche economiche europee ha riportato alcuni fallimenti
soprattutto in campo di crescita ma ha rispettato più o meno le aspettative
riguardo alla coesione tra stati e all’interno degli stessi, ma soprattutto ha
riportato grandi successi nell’ambito della stabilità migliorando la situazione
in quella che è un’ottica di lungo periodo. Parallelamente alla breve analisi
dell’agenda 2000 è stato fatto un cenno riguardo a quelli che sono gli
obbiettivi del nuovo “piano” ovvero l’agenda 2020. I vertici politici hanno
delineato in questo documento quelle che sono le linee guida da seguire in
merito alle politiche economiche europee stabilendo meno obiettivi rispetto ai
predecessori (ciò non significa, ovviamente, che questi siano di minor
importanza) per focalizzarsi di più sugli strumenti da utilizzare in che questi
non andassero a colludere tra di loro, nel tentativo di raggiungere gli scopi
previsti. Su quest’ultimi l’onorevole Vari ha voluto ricordare appunto:
–
diminuzione della disoccupazione
–
incrementi degli investimenti in R&S
–
abbattimento al di sotto del 10% del tasso di abbandono
degli studi ed un incremento al numero dei laureati per raggiungere almeno un
totale del 40% della popolazione nazionale
–
diminuzione di quella che è la soglia di persone a
rischio povertà
obiettivi, questi, che se raggiunti fanno ben sperare giovani
come quelli che hanno avuto la fortuna di presiedere a questa iniziativa
culturale.
la cosa che più mi piace vedere proiettata nel futuro prossimo è la "campagna elettorale tra aziende" dove gli elettori - noi, che VOTIAMO COL PORTAFOGLIO - ci informiamo non solo sul prezzo, ma su tutto quello che viene prima: produzione, se utilizzano materiali nocivi, se sfruttano i lavoratori. è difficile, richiede tempo, ma le regolamentazioni UE e nazionali vanno sempre più in questa direzione. interessante la volontà di dare il Made in Italy solo a chi produce effettivamente in Italia e non ci schiaffa il bollino.
RispondiEliminaper l'obiettivo EUROPA 2020 di avere il 40% della popolazione laureata, noi non ce la facciamo, arriveremo max al 25%, ne sono ben consapevoli al Ministero dell'Istruzione, ma il problema nasce nell'ORIENTAMENTO (abbiamo una bell'occasione nel job orienta, sempre che lo facciamo:) e nel messaggio che passa: "cosa studi a fare che tanto non trovi lavoro" o laureato=disoccupato. si guardano poco le statistiche pubblicate dalle università (esistono peculiarità ma questo è il dato generale, comune): in 10 anni un laureato arriva a prendere anche il doppio di chi è diplomato, non per vezzo, semplicemente perché le conoscenze sono richieste (e conseguentemente remunerate). secondo bisogna far conoscere ai ragazzi quali sono i lavori più richiesti e quali meno, dare riscontro dell'occupazione a 1, 3, 5 anni dopo la laurea, non abbandonarli alla campagna pubblicitaria degli open-day, dove si dà più importanza al nome, che a quello che si studierà.