mercoledì 26 maggio 2010
Università: una settimana di passione e di lotta contro i tagli dei fondi
Lezioni saltate, manifestazioni, mobilitazioni di sindacati ed associazioni, proteste...insomma la settimana scorsa è stato l'apogeo della rivolta di migliaia tra docenti e studenti universitari contro i tagli alle università previsti dalla legge 133 del 2008 e contro il disegno di legge Gelmini in discussione al Senato. Rettorati occupati in tutta Italia e boicottaggio di qualsiasi incarico didattico aggiuntivo da parte dei professori e dei ricercatori sono stati i rimedi attutati dai manifestanti per contrastare il ddl del ministro dell'Istruzione, che intende “scardinare il sistema nazionale dell'università pubblica, concentrando le scarse risorse in pochi atenei ritenuti eccellenti e ridimensionando il ruolo di tutti gli altri”.
Svariate sono le motivazioni della protesta: l'attacco all'autonomia universitaria con l'attribuizione del potere di valutare l'attività del singolo docente ad una agenzia nominata dal ministro, l'aumento del potere dei rettori e del Cda, l'incremento delle differenze economiche tra docenti ordinari ed associati, l'introduzione negli atenei di un modello costituito da pochi professori di ruolo e da una “base” amplissima di precari su cui comunque continueranno a gravare molte funzioni di docenza non riconosciute, sono solo alcuni dei motivi della mobilitazione generale. I promotori della protesta ritengono inoltre che le nuove norme accademiche modifichino “la natura stessa dell'università sottraendole il ruolo di sede principale della ricerca.[..]si vuole demolire definitivamente l'università pubblica, autonoma, democratica, di qualità e aperta a tutti”. A tutto questo, vanno poi aggiunti i drastici tagli al budget degli atenei previsti dal governo in parte già attuati in parte da attuare nel 2011 e 2012.
La Gelmini spiega come sia necessario “avere il coraggio di cambiare, di guardare ad una università moderna. Non serve ripetere vecchi slogan. Le ideologie devono essere lasciate fuori dall'università, l'unico interesse deve essere quello dei ragazzi e del loro futuro. Il ddl riforma completamente il sistema universitario italiano; elimina sprechi e privilegi, rivede la governance degli atenei, punta sul merito, apre le porte ai giovani. La stragrande maggioranza degli studenti, come dimostrano le recenti elezioni universitarie, ha voglia di cambiare e non ha nessuna intenzione di seguire chi cerca di strumentalizzarli”.
È evidente tuttavia come queste parole non siano state in grado di fermare lo stesso la protesta, la quale si è articolata per circa 7 giorni a partire dal 17 maggio (e prosegue tutt'ora) a cui hanno partecipato ben 18 organizzazioni sindacali oltre che la stragrande maggioranza degli atenei nazionali. Il 18 maggio è iniziata l'occupazione di molti atenei pubblici in tutta Italia: il rettorato dell'università statale di Milano è stato occupato simbolicamente per circa un'ora da un corteo di circa 150 persone, soprattutto studenti e personale amministrativo dell'ateneo; nell'università di Trieste una quarantina di studenti ha occupato in tarda mattinata il rettorato e l'aula del senato accademico dell'ateneo; al rettorato di Cagliari in tarda mattinata vi è stato il sit-in di circa 250 universitari tra cui ha partecipato anche una rappresentanza di ricercatori; a Genova un centinaio di persone tra docenti ricercatori e personale tecnico amministrativo dell'ateneo ha occupato simbolicamente i locali davanti al rettorato di via Balbi per protesta. Altri sit-in ed “occupazioni” in alcune facoltà della Campania, della Toscana e della Calabria.
A Roma i ricercatori e gli studenti dell'ateneo di Tor Vergata hanno presidiato pacificamente il rettorato per chiedere ai vertici una posizione netta a favore del carattere pubblico dell'università e contro i tagli. A loro seguito si sono aggiunti gli universitari della Sapienza, occupando il rettorato del proprio ateneo, mentre nel pomeriggio lo stesso tipo di protesta si è spostata all'università di Roma Tre. Mercoledì 19, le componenti accademiche, compresi i docenti, si sono riunite davanti al Senato per realizzare una manifestazione nazionale. Nei giorni successivi è continuata la protesta all'interno delle singole facoltà anche se questa sortita non è sembrata aver prodotto gli effetti sperati, vista la pressoché tacita risposta del governo.
Si sta assistendo comunque all'ennesimo tentativo di stravolgimento del sistema educativo italiano, che è passato attraverso le riforme del sistema scolastico dei licei e delle scuole medie risalente ad oltre un anno e mezzo fa (entrato in vigore quest'anno dopo durissime e strenuanti proteste degli studenti italiani), per proseguire poi con i tagli agli atenei a discapito soprattutto della qualità dell'istruzione e dell'insegnamento offerto. È evidente come i demeriti di una classe dirigente politica e decenni di fallimentare gestione delle risorse pubbliche abbiano condotto unicamente al sacrificio di parte degli stanziamenti, a priori tutt'altro che cospicui, destinati alla ricerca e all'istruzione (o alla sanità), a svantaggio quindi dei giovani che sono costretti loro malgrado a scontare gli effetti deleteri di una crisi che non gli appartiene e che non ha evidentemente solo risvolti economici, ma anche, e soprattutto, culturali.
-Paolo Dringoli-
lunedì 24 maggio 2010
LE DIMISSIONI DI BUSI DAL TG1,GARIMBERTI:”OLTRE LA DISINFORMAZIONE, SIAMO ALLA RETICENZA”
Che Minzolini faccia ingiustificatamente parlare di sè è ormai fatto pacificamente accettato: in nemmeno un anno di direzione ha dato il meglio delle sue capacità professionali facendo ricredere anche i pochi che ancora confidavano nell’imparzialità del servizio di informazione pubblico.
Finchè le critiche sono rimaste esterne alla redazione il buon Augusto ha fatto orecchie da mercante, determinato a portare avanti il suo servilismo a tutti i costi, non considerando forse la possibilità di dissensi provenienti “dall’interno”, più insidiosi perché sintomo di autoritarismi non più sopportati.
E’ ciò che è capitato sabato 22 Maggio quando sulla scrivania del direttore è arrivata una lettera di Maria Luisa Busi, storica conduttrice dell’edizione delle 20 che si è detta non più disponibile ad assolvere alle sue funzioni di giornalista all’interno di un contesto “di parte” come quello del TG1.
Nel testo la Busi rivolgendosi a Minzolini affermava : “Considero la linea editoriale che hai voluto imprimere al giornale una sorta di dirottamento, a causa del quale il TG1 rischia di schiantarsi contro una definitiva perdita di credibilità nei confronti dei telespettatori(…)l’Italia che vive una drammatica crisi sociale è finita nel binario morto della nostra indifferenza. Schiacciata tra un’informazione di parte”
E’ giusto anche far presente che la conduttrice aveva precedenti in quanto a manifestazioni di disappunto in relazione alla linea editoriale di Minzolini, manifestazioni sempre velate e fraintendibili, perlopiù esternate con espressioni del viso durante la presentazione di servizi vergognosi.
Ma la crisi di coscienza vera e propria la Busi l’ha probabilmente subita a seguito dei fatti del 21 febbraio del 2010 all’Aquila, quando la povera Maria Luisa, in veste di inviata del TG1, è stata fortemente contestata da una folla di cittadini inferociti per via della palese disinformazione fatta sulla loro drammatica situazione nei mesi precedenti. Alla gente che le dava della “serva di Berlusconi” la giornalista ha risposto con imbarazzo, dicendo che stava facendo solo il suo dovere e lavandosi le mani dall’operato della redazione.
Oggi la Busi si mostra in una veste diversa, più determinata a far valere le proprie posizioni, raccontando quante volte ha considerato omertosi e superficiali i servizi che si trovava a presentare e sentendo di dover chiedere al direttore dove sono finiti i suoi iniziali propositi di proporre un servizio imparziale e vicino alla gente: “Dov’è il paese reale?(…) E dove sono le donne e gli uomini che hanno perso il lavoro? Un milione di persone, dietro alle quali ci sono le loro famiglie. Dove sono i giovani, per la prima volta con un futuro peggiore dei padri? E i quarantenni ancora precari, a 800 euro al mese, che non possono comprare neanche un divano, figuriamoci mettere al mondo un figlio? E dove sono i cassintegrati dell’Alitalia? Che fine hanno fatto? E le centinaia di aziende che chiudono e gli imprenditori del nord-est che si tolgono la vita perché falliti? Dov’è questa Italia che abbiamo il dovere di raccontare?” “Quell’Italia esiste. Ma il Tg1 l’ha eliminata(…)diamo spazio solo ai ministri Gelmini e Brunetta che presentano il nuovo grande progetto per la digitalizzazione della scuola, compreso di lavagna interattiva multimediale”
Sono queste le motivazioni che portano la giornalista a dimettersi dopo 21 anni di lavoro nell’ editoriale, dopo settimane di accuse mosse contro di lei dalla polizia politica de “Il Giornale” di “Libero” e di “Panorama” subito pronta a reagire alle prime critiche dai lei sollevate dandole della “ragazza chiacchierona”.
Qualcuno ancora si lascia andare a sorrisi bonari nel constatare il fatto che Fredoom House ha degradato nel 2009 l’Italia a paese “parzialmente libero” per quanto riguarda la libertà di stampa o nel leggere che nel rapporto dello stesso anno di Reporters sans Frontières siamo stati relegati al 49°posto nella classifica dei paesi con maggior libertà d’espressione; altri con meno contegno respingono le accuse al mittente, dimostrando per l’ennesima volta che viviamo in un contesto culturale che considera l’intolleranza per il diritto di cronaca come una posizione accettabile, ponendo la nostra Democrazia alla stregua di paesi con governi dittatoriali ed illiberali, paesi con i quali condividiamo effettivamente problematiche socio-politiche come quella della parzialità dell’informazione.
-Riccardo Trobbiani-
giovedì 20 maggio 2010
PdL, Italia, Processo di Lacerazione dell'Italia
Purtroppo la politica di oggi è oramai ridotta ad una sorta di agglomerato di sessantenni (se ci va bene) chiusi in due camere nel centro di Roma divise in vari schieramenti: Il PdL che casualmente ha una buona parte dei suoi esponenti (alcuni dei quali dovrebbero rappresentarci ed assere un esempio per tutti noi) che è immischiata in affari illeciti (ma tanto con la nuova legge sulle intercettazioni quei pochi che riuscivamo a incastrare non li incastriamo più), il PD che scalda la poltrona (però devo dire che lo fanno bene eh) e altre forze quali IdV e UdC che molto spesso non hanno voce in capitolo. Grazie a questa situazione alquanto "particolare" ed unica nel suo genere, il PdL al fianco dei secessionisti della Lega Nord quasi con ingordigia tentano di squartare e sviscerare questo piatto già mal messo quale è l'Italia del 2010.
Applicare il federalismo fiscale ora? In un periodo di crisi? Cari ragazzi del Carroccio ma vi sembra il caso e soprattutto in questo periodo? Ma cosa pensate che potrà avvenire in regioni quali la Calabria dove il deficit della sanità ammonta a più di 2 miliardi di euro? Quì non si parla di destra o di sinistra, qui si parla di sentimento nazionale e la Padania fino a prova contraria non esiste (deo gratias), indi per cui il sol pensiero di abbandonare al loro destino il sud d'Italia, tra le fauci della malavita organizzata mi è causa di molteplici disturbi.
Vogliamo parlare del così detto "processo breve"? Ma come si fa a stabilire la durata di un indagine che porta avanti un magistrato? E' vero che in italia la giustizia ha dei tempi lunghissimi, ma molto spesso, come ad esempio nei processi per mafia, le indagine sono molto delicate ed i tempi si allungano di molto. E se un magistrato avesse bisogno di altro tempo? In questo caso sarebbe prevista una sorta di "proroga" fantoccio, ma che comunque per alcuni processi non potrà mai essere sufficientemente lungo per il corretto svolgimento delle indagini e del processo stesso.
L'ultimissimo modo per tentare di distruggere la giustizia in Italia e dare il colpo di grazia alla magistratura e alla libertà di stampa, è il DDL sulle intercettazioni telefoniche, strumento attraverso il quale è stato scoperto il malaffare di Scajola e della famosa Cricca e prima ancora quello di Scajola. In passato le intercettazioni sono state delle prove grazie alle quali sono stati effettuati numerosi arresti anche nella malavita del sud d'Italia (anche se oramai il malaffare sembra esser dilagato anche in Lombardia, alla faccia dei leghisti anti-terroni, ora se li ritrovano in casa). Per quanto riguarda la libertà di stampa, i giornalisti devono poter essere liberi di pubblicare intercettazioni inerenti ad attività legali portate avanti da chiunque, e dal momento che nelle nostre aule di tribunale si legge ancora "la legge è uguale per tutti" (ma non so per quanto ci rimarrà), non vedo perchè personaggi più noti del comune cittadino debbano essere esonerati dall'essere denunciati dalla stampa se colti in flagrante. Insomma le intercettazioni sono un mezzo indispensabile per uno stato democratico(?) come il nostro, anche perchè con tutti questi provvedimenti restrittivi, non si fa altro che limitare le libertà del cittadino medio e ampliare quelle del malavitoso.
Non sarà mica che quella di Anemone non è l'unica cricca? E se fossero solo delle pedine, in una scacchiera gigantesca che si sta muovendo in fretta e furia lavorando giorno e notte per "riformare" il paese?
Io un'idea ce l'avrei.
-Marco Catitti-
giovedì 13 maggio 2010
STRAGE DI BOLOGNA: L’IMPROBABILE ORA DELLA VERITA’
9 maggio 2010, nella sede del Quirinale si è celebrata la giornata in memoria delle vittime del terrorismo, iniziativa nata nel 2007 che quest’anno trova ampi pretesti di discussione data la ricorrenza del trentesimo anniversario della strage di Bologna. Solo due giorni prima nell’ ambito del convegno "Fonti per una storia ancora da scrivere", organizzato dalla “Rete degli archivi per non dimenticare”, la direttrice dell’archivio storico del Senato, Emilia Campochiaro, ha garantito che entro il trentesimo anniversario della strage di Bologna saranno finalmente accessibili tutti i documenti acquisiti dalla commissione Stragi che secondo una delibera dovrebbero essere pubblici e consultabili addirittura dal 2001, prospettiva che lascia presagire magre speranze di delucidazioni su uno dei capitoli più oscuri della recente storia Italiana.
Pessimismi questi, condivisi anche dall’Associazione di familiari delle vittime della strage, che da trent’anni si ritrova a dover fare i conti con un sistema d’indagine e divulgazione tipicamente Italiano, caratterizzato dalla eterogeneità delle ipotesi e delle testimoniane fornite, espressione di personalismi e politicizzazioni di fatti drammatici,speculazioni che non guardano di certo in faccia a chi vive le conseguenze del periodo stragista sulla propria pelle.
Emblematica della poca propensione delle autorità alla trasparenza riguardo a determinate tematiche è ad esempio la mancata creazione di regolamenti attuativi atti al funzionamento effettivo della legge 124/2007 che riduce il segreto di stato a 15 anni, rinnovabili al massimo per altri 15.
Era un Sabato, quello del 2 Agosto del 1980, quando alle 10:25 nella sala d’aspetto della seconda classe della Stazione di Bologna Centrale esplosero 23 chili di tritolo e nitroglicerina, racchiusi in un ordigno di fabbricazione militare, causando 85 morti e oltre 200 feriti, dando inizio al più controverso capitolo della storia giudiziaria e mediatica italiana. Pronti furono il governo di Cossiga e le forze di polizia ad attribuire il disastro ad un incidente, se non per poi ritrattare davanti all’evidente matrice terrori stitica. Subito si mosse la Procura di Bologna che emise 28 ordini di cattura per alcuni estremisti di destra tra cui Morsello e Fiore (fondatori di FN), tutti scagionati in breve tempo dalle accuse.
Nella necessaria quanto caotica caccia al colpevole furono molteplici le ipotesi prospettate dai singoli e propinate dalle autorità, ipotesi tra le quali figurano:
-La colpevolezza degli appartenenti ai NAR Giuseppe Fioravanti e Francesca Mambro, con le responsabilità per il depistaggio delle indagini dell’onnipresente Licio Gelli , del SISMI e dei servizi segreti militari. Questa spiegazione si presenta come quella ufficiale data la sentenza definitiva della Corte di Cassazione il emessa il 23 novembre 1995 che ha condannato all’ergastolo i due sopracitati, lasciando tuttavia sconosciute le identità di eventuali mandanti e sollevando non pochi dubbi riguardo alla chiarezza delle responsabilità. Lo stesso Cossiga ha dichiarato più volte la sua certezza nell’estraneità ai fatti di Fioravanti e Mambro, i quali tra l’altro continuano a dirsi innocenti,cosi come si è sempre dichiarato innocente Luigi Ciavardini, condannato a 30 anni nel 2007.
-L’ipotesi sostenuta dalla commissione parlamentare Mitrokhin, che vedrebbe coinvolto il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, il quale avrebbe stipulato con il Sismi un accordo per trasportare armamenti sul territorio italiano in cambio della promessa di non compiere azioni militari in Italia.
Cossiga nello spiegare l’esplosione diede la colpa ad un “incidente” del FPLP che stava trasferendo esplosivi.
-Il coinvolgimento di Cia e Mossad, che il terrorista rosso Ilic Ramirez Sanchez afferma abbiano voluto punire l’Italia per i suoi rapporti di collaborazione con l’ Organizzazione per la Liberazione della Palestina.
-Il coinvolgimento della Banda della Magliana per il ritrovamento di armi a questa ascrivibili, ritrovamento che probabilmente trova motivo d’essere all’interno del contesto dei continui e numerosissimi depistaggi alle indagini.
Altre e svariate ipotesi sono state presentate attorno all’evento, accomunate tutte dalla mancanza di prove certe e delegittimate dal clima di omertà ed insabbiamento dei fatti che tutt’ora sussiste.
Ma cosè che non regge nell’ipotesi del coinvolgimento dei NAR? Con gli anni le opere di depistaggio da parte di singoli ed istituzioni hanno trovato dei colpevoli nel faccendiere Francesco Pazienza, negli ufficiali del SISMI Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte e nel Gran Maestro della P2 Licio Gelli, senza riuscire a trovare tuttavia un eventuale interesse di questi ultimi nel coprire la verità dei fatti,senza trovare una motivazione plausibile all’esecuzione dell’attentato stesso, senza infine ricostruire una rete di contatti e di organizzatori dietro a Fioravanti e Mambro e senza individuare mandanti.
Il 2 Agosto 2010 le ferite si riapriranno, il dibattito si riaccenderà (o forse no) e per l’ennesima volta ognuno punterà il dito contro chi gli fa più comodo,riempendo di congetture e moralismi la celebrazione di un evento che non ha ancora trovato una sua spiegazione certa, lasciando il vero dolore a chi quel Sabato ha perso familiari ed amici.
-Riccardo Trobbiani-
-Riccardo Trobbiani-
martedì 11 maggio 2010
Gugliotta, la vittima di un eterno scontro tra tifosi e forze dell'ordine
Che oramai siano più quelli che vanno allo stadio per far danni e per essere protagonisti di scontri tra tifoserie e polizia (soprattutto in occasione di partite pregne di tensione come quella di Roma-Inter) che quelli che ci vanno per godersi la partita è oramai di dominio pubblico da molto tempo, ma è di dominio pubblico anche la violenza e l'istinto quasi primitivo e privo di senno con cui le forze dell'ordine agiscono spesso in questi frangenti.
Roma, 5 Maggio 2010 la partita tra Roma e Inter è ancora in corso e di scontri fuori lo stadio nemmeno l'ombra, i tifosi sono troppo impegnati le loro squadre. Ma mentre gli occhi di tutti sono puntati sulle direzioni che prende il pallone in campo e sul famoso calcio tirato da Totti a Balotelli, ecco che due ragazzi che si dirigono in Via Pinturicchio nei pressi dello stadio Olimpico di Roma, e poco dopo ecco che un membro delle forze dell'ordine, le quali hanno presieduto tutte le zone limitrofe allo stadio quasi come un esercito assedia una città nemica, si dirige verso i due ragazzi in motorino che non erano interessati alla partita, ma che stavano controllando se un pub, da loro scelto per festeggiarvi un compleanno di un parente, fosse aperto o chiuso. La reazione di questo membro delle forze dell'ordine è stato quella di mettere in fuga uno dei due ragazzi e pestare singolarmente il ragazzo che era rimasto sul motorino, per poi essere accompagnato nelle percosse che poco gentilmente offriva alla vittima che porta il nome di Stefano Gugliotta. A questo scena che ha dell'orrido, facevano intanto di sottofondo le urla di alcuni condomini delle varie abitazioni di via Pinturicchio recitando le seguenti parole "Basta! Maledetti!" con degli accenni al pianto. Erano voci piene di rabbia, stremate dagli abusi delle forze dell'ordine e stanche di queste violenze gratuite. Il ragazzo poi, ridotto in condizioni pessime con lividi ferite e senza qualche dente, è stato costretto dai suoi aggressori a firmare un foglio in cui rinunciava a sottoporsi a visite e cure mediche. Ora Stefano è in carcere per oltraggio a pubblico ufficiale e legittimamente vuole che giustizia sia fatta. Prima Cucchi, ora Gugliotta. Adesso basta. In questo caso però la colpa non è da imputare unicamente alla polizia che deve assumersi pienamente la responsabilità dell'accaduto, ma è anche all'ambiente e al clima di tensione che oramai questi eventi sportivi generano, soprattutto in città come Roma, dove il calcio è un vero e proprio culto. Se il calcio però deve per forza significare panico, violenza, ingiustizie e terrore, allora che le partite si giochino a porte chiuse e la partita la si vede in televisione, perchè non è possibile che arrivati nel ventunesimo secolo "ogni maledetta domenica" ci debba scappare il morto per vedere qualche neomiliardario dare due calci ad un pallone. Il calcio è diventata un ossessione, una malattia, ed ora bisogna trovarne la cura. Concludo dicendo che le forze dell\ordine hanno dimostrato ancora una volta di non essere capaci a gestire le situazioni, la polizia dovrebbe essere un organo garante di sicurezza per tutti, non un gruppo di persone armate dedite all'odio, che genera odio e violenza. Non bisogna però dare adito a luoghi comuni come l'ormai diffuso odio per le forze armate o a frasi di insulto, perchè per ogni membro delle forze dell'ordine che ogni giorno sbaglia, ce ne sono altre cento almeno che ogni giorno svolgono il loro dovere tutelando l'interesse e la sicurezza di tutti rischiandola vita al servizio del nostro paese e che non si sognerebbero mai di macchiarsi di azioni criminose e criminali quali quelle a cui abbiamo assistito tempo fa con Gabriele Sandri, poi con Stefano Cucchi e ora con Stefano Gugliotta. Giustizia sia fatta.
-Marco Catitti-
sabato 8 maggio 2010
Renata Polverini, Presidente delle promesse non mantenute
A circa un mese e mezzo dalle elezioni, già scoppia la polemica sulla Regione Lazio per via della giunta approvata dalle neo presidentessa Renata Polverini. La nuova giunta regionale prevede 13 assessori: 6 ex Forza Italia (Mattei, Zappalà, Santini, Battistoni, Cangemi e Armeni vice presidente), 4 ex Alleanza Nazionale (Malcotti, Lollobrigida, Cicchetti, Di Paoloantonio), 2 della lista Polverini (Cetica e Zezza), 1 della Destra (Buontempo). Non c’è, almeno per ora, l’assessore alla sanità, delega che rimane nelle mani del presidente della Regione, la quale tra l'altro è stata nominata anche commissario del governo per la gestione del piano di rientro dal deficit sanitario.
Ma la polemica vera e propria è nata per via delle esclusioni e delle controversie derivanti dalla scelta degli assessori. Anzitutto l'Udc: alle Regionali in Lazio i centristi hanno sostenuto la candidata del centro destra. L'accordo pre elettorale prevedeva tre assessori all'Udc, di cui uno (Ciocchetti) vicepresidente della giunta, ma non è stato rispettato. “Abbiamo portato 150 mila voti e la Polverini ha vinto per 77 mila. Senza di noi la Polverini non avrebbe vinto. Abbiamo dato l'appoggio esterno, ma se la presidente non rispetterà i patti staremo fuori dalla maggioranza”, tuona Ciocchetti. Più freddo e laconico Cesa: “Auguri e buon lavoro”. La composizione della giunta contempla però la presenza di due assessorati in meno rispetto alla giunta Marrazzo, deleghe che spetterebbero a tutti gli effetti all'Udc, in caso di ripensamento del presidente. Ma se così fosse sorgerebbe un altro problema: la presenza delle donne. Ad ora le donne nominate sono tre, compresa la neogovernatrice, a dispetto delle cinque (ed oltre) promesse. La legge regionale sancisce che nella giunta non ci possono essere più di 11 uomini (o 11 donne), soglia già ampiamente raggiunta nella lista presentata. Per cui qualora l'Udc dovesse ottenere i due assessorati mancanti, dovrebbe posizionare in giunta delle donne (rinunciando quindi a Ciocchetti), oppure la Polverini dovrebbe escludere qualcuno degli assessori maschi appena nominati, non facendo, politicamente e umanamente, una bella figura. Si è pensato allora ad un ulteriore espediente, ovvero aumentare i consiglieri della Regione da 70 a 73 (due in più alla maggioranza, uno in più all'opposizione), in modo da accontentare tutti; richiesta analoga è stata presentata dalla Regione Puglia, ma non è stata accolta dalla Corte di Appello. Di recente tuttavia la situazione è divenuta assai più complessa: il Movimento dei Cittadini, appoggiato da Esterino Montino, ha richiesto al Tar l'annullamento dei provvedimenti con i quali sono stati attribuiti alla lista Polverini due ulteriori seggi nelle circoscrizioni di Latina e Frosinone, più un terzo nella circoscrizione di Viterbo assegnato alla lista Pdl. Il Tar ha rinviato l'udienza al 10 giugno davanti al tribunale amministrativo. Qualora venisse accolta la richiesta i consiglieri scenderebbero nuovamente a 70. Comunque sia la Polverini ha assicurato: “A prescindere dalla decisione del tribunale per l'Udc ci sono dei posti in giunta”, ma se ciò si avverasse Udc ed opposizione avrebbero egual peso del centrodestra in Consiglio regionale, con il solo voto del presidente a spostare l'ago della bilancia. La situazione per cui è delicata: non vi è nulla di certo a riguardo.
Altre polemiche circa la composizione della giunta sono piovute dallo stesso centrodestra. Si parla addirittura di “tradimento” e di “epurazione”. “La composizione della giunta Polverini tradisce la indicazioni del premier”, accusano gli esclusi del Pdl. Il senatore De Lillo, “padre nobile” dell'omonima stirpe di berlusconiani nella Capitale, denuncia come i moderati abbiano subito un'autentica epurazione: “A Roma un milione di elettori sono rimasti senza rappresentanza[..]. Sono stati premiati solo gli amici dei coordinatori del Pdl”. E ancora: “Il premier è stato tradito”, esclama irritato l'ex assessore Donato Robilotta. Altri esclusi chiedono un “risarcimento politico” e attaccano i vertici locali definendoli “inadeguati”.
E che dire di Frosinone? La città è rimasta senza assessore: “A Roma ha vinto la Bonino. Noi l'abbiamo fatta eleggere, Renata: con 160 mila voti. E a Frosinone neanche un assessore?”, sbottano gli esclusi. Tanto che il presidente della Provincia Antonello Iannarilli minaccia la secessione da Roma (“La Capitale ci schiaccia”) e propone una Regione senza Roma, la Regione delle Province: “Si chiamerà la Ventunesima”, anticipa il presidente, il quale ha programmato un referendum assieme alle altre Provincie “ribelli” Latina, Viterbo e Rieti, per concretizzare la scissione. Immediata la risposta del sindaco romano Alemanno: “Roma non se ne va dal Lazio. La Regione è l'area vasta della Capitale”, a cui segue la replica immediata di Iannarilli: “Area vasta? Area metropolitana? Il sindaco di Roma ci offende”. Le Province comunque sono tuttora mobilitate nelle piazze con numerosi gazebo finalizzati a raccogliere consensi dei cittadini in vista di un possibile referendum.
Insomma tra donne, centristi, ex forzisti, moderati e presidenti di Province, molti sono gli insoddisfatti e gli scontenti. Si attende a breve un rimpasto della giunta per tentare di raggiungere un equilibrio, ma neanche su questo punto si è completamente certi. Ma tra scandali (la bufera sulla neopresidente e Zaccheo, sindaco di Latina, conclusasi con le dimissioni di ben 22 consiglieri comunali di Latina) e controversie disparate, vi è un'unica certezza: la strada della Polverini, per ora, sembra essere tutta in salita.
-Paolo Dringoli-
giovedì 6 maggio 2010
Grecia - un declino annunciato
Le responsabilità comuni sulla finanza pubblica del paese del “miracolo economico greco”. Da una crescita del PIL al 4% annuo fino al 2004, al crollo del rating sui titoli di stato dello scorso 27 aprile.
“Karamanlis sapeva”. Non si tratta dell’ennesimo botta e risposta fra i vertici del governo Papandreu, retto con una salda maggioranza dal PASOK, e l’opposizione di Nea Demokratia del nuovo leader Samaras, ma dell’ultima risposta del popolo greco, intervistato riguardo alle responsabilità dell’ex premier Karamanlis sull’attuale situazione economica e finanziaria della penisola ellenica. Un risultato avvalorato da percentuali di accusa verso l’ex leader di ND che superano l’84%, quasi i 2/3 dello stesso elettorato di ND, che nelle scorse elezioni politiche aveva raccolto il 35.5% dei consensi. Una presa di coscienza chiara, determinante, da parte del popolo ellenico contro l’uomo che ormai è conosciuto come “il manipolatore”. La spesa pubblica greca, all’alba del 2009, era completamente fuori controllo, senza possibilità concrete a medio termine di riduzione; contemporaneamente si registrava un livello di corruzione ed evasione fiscale che raggiungeva percentuali degne di un paese del secondo mondo. Il peso del deficit sul PIL si avvicinava a percentuali del 13%. Costas Karamanlis era perfettamente consapevole delle sue responsabilità sui mancati interventi tesi al riassetto della finanza pubblica. Responsabilità pesanti, mancanze estremamente gravi che avrebbero rivelato i loro effetti devastanti nel medio e lungo termine. Quelle stesse responsabilità che Karamanlis e la sua compagine governativa non sono stati in grado di assumersi, è stato ora costretto a caricarle sulle sue spalle Papandreu, l’uomo che in campagna elettorale lanciava slogan come “nessun sacrificio per le classi più deboli”, ed ora si vede attaccato su tutti i fronti da entrambi i maggiori sindacati Adedy e Gsee e dallo stesso Samaras, che pur non potendo continuare a nascondere le inadempienze e la criminale scelta di manipolare i dati macroeconomici sul debito pubblico greco, fatta del suo predecessore Karamanlis, continua a sottolineare come Papandreu, a mesi di distanza ormai dal suo insediamento, ben poco abbia concluso delle riforme sul lavoro e sulla finanza pubblica che aveva promesso. Anzi. “η μεγάλη θυσία” – il grande sacrificio – titola in prima pagina Tα Nέα, il quotidiano greco più letto, all’indomani della dichiarazione del primo ministro. Perché di questo si parla nel suo intervento a seguito della decisione dell’Eurogruppo di varare un piano triennale che comporta un impegno pari a 110 miliardi di euro, 80 dei quali versati dai paesi europei. Saranno tesi al riassestamento della finanza greca e, come obiettivo a breve termine, a garantire il pagamento degli interessi sui titoli di stato che ormai raggiungono percentuali da rating BB+, ovvero da speculazione. Il rendimento dei titoli greci di durata decennale ormai raggiunge il 10%, e superare le percentuali a due cifre rende l’impegno di Atene per il pagamento, e il reperimento di fondi ad esso destinati, a dir poco proibitivo. Segue il declassamento ritenuto necessario dall’agenzia Standard & Poor’s, che pur minando fortemente la credibilità del Tesoro greco di rivenire fondi sul mercato, si rende necessario per evitare l’azione di speculatori finanziari che si troverebbero sostenuti nelle loro azioni dall’alto tasso di interesse dei titoli di stato greci. Ha fatto seguito a ciò l’immediata decisione della Consob greca di bloccare la vendita allo scoperto di tutte le azioni fino al 31 ottobre del 2010.
“απεργία ναι;” – sciopero! – titolano sdegnati i manifesti del GSEE, il grande sindacato dei lavoratori del privato. Sacrifici, è ciò che ha chiesto Papandreu, la cui fiducia nel riassestamento della finanza pubblica a seguito del prestito triennale varato oggi dai ministri delle finanze dell’Eurogruppo, è sempre più minato dalla preoccupazione per l’impossibilità del governo socialdemocratico del Pasok di rinvenire le risorse finanziarie adeguate a sostenere il mondo del lavoro e l’economia greca delle piccole imprese in particolar modo, il cui sistema va sempre più sgretolandosi giorno dopo giorno. “Ingenuo!” titola il sito della Nea Demokratia di Samaras, che vede nelle dichiarazioni di Papandreu di tagliare pensioni, salari e bloccare il sostegno alle imprese, un dietrofront a quella necessità percepita da qualsiasi impianto economico, comprese le parti più keynesiane del pensiero neo-liberista, che tagliare gli investimenti sul welfare nei momenti di recessione può equivalere a lasciare la barca nel bel mezzo della tempesta senza ormeggi. “Traditore!” titola il sito del KKE, il partito comunista greco, che lancia l’ennesima freccia contro il PASOK e la sua incapacità di tenere fede all’impegno di aumentare gli investimenti sugli ammortizzatori sociali. “Irresponsabilità!” da parte di entrambe le forze di opposizione, verrebbe da dire. Irresponsabilità di sostenere che il Governo greco abbia ancora la possibilità di stanziare grossi investimenti per il welfare, mentre il debito pubblico raggiungerà percentuali pari al 130% del PIL nei prossimi anni. Irresponsabilità nel credere che il varo di una politica di austerity sia una scelta, quando invece si tratta di una strada obbligata, l’unica sostenibile per riportare la spesa pubblica greca a livelli che non sfiorino più il “codice rosso”.
“η μεγάλη θυσία”, il grande sacrificio: Papandreu lo sa bene, la credibilità dell’Eurogruppo è stata mantenuta intatta, grazie alla tempestività dell’intervento per varare il piano di prestiti triennale, prima che potesse scadere la data di rimborso dei tassi d’interesse sui titoli di Atene. La sfida sulla credibilità del governo Papandreu di mantenere fede agli impegni e di gestire con coscienza e maturità il superamento di
questa delicata situazione, inizia proprio ora.
-Tommaso De Bianchi-
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