Le visite su Richtig

lunedì 24 maggio 2010

LE DIMISSIONI DI BUSI DAL TG1,GARIMBERTI:”OLTRE LA DISINFORMAZIONE, SIAMO ALLA RETICENZA”



Che Minzolini faccia ingiustificatamente parlare di sè è ormai fatto pacificamente accettato: in nemmeno un anno di direzione ha dato il meglio delle sue capacità professionali facendo ricredere anche i pochi che ancora confidavano nell’imparzialità del servizio di informazione pubblico.
Finchè le critiche sono rimaste esterne alla redazione il buon Augusto ha fatto orecchie da mercante, determinato a portare avanti il suo servilismo a tutti i costi, non considerando forse la possibilità di dissensi provenienti “dall’interno”, più insidiosi perché sintomo di autoritarismi non più sopportati.
E’ ciò che è capitato sabato 22 Maggio quando sulla scrivania del direttore è arrivata una lettera di Maria Luisa Busi, storica conduttrice dell’edizione delle 20 che si è detta non più disponibile ad assolvere alle sue funzioni di giornalista all’interno di un contesto “di parte” come quello del TG1.
Nel testo la Busi rivolgendosi a Minzolini affermava : “Considero la linea editoriale che hai voluto imprimere al giornale una sorta di dirottamento, a causa del quale il TG1 rischia di schiantarsi contro una definitiva perdita di credibilità nei confronti dei telespettatori(…)l’Italia che vive una drammatica crisi sociale è finita nel binario morto della nostra indifferenza. Schiacciata tra un’informazione di parte”


E’ giusto anche far presente che la conduttrice aveva precedenti in quanto a manifestazioni di disappunto in relazione alla linea editoriale di Minzolini, manifestazioni sempre velate e fraintendibili, perlopiù esternate con espressioni del viso durante la presentazione di servizi vergognosi.
Ma la crisi di coscienza vera e propria la Busi l’ha probabilmente subita a seguito dei fatti del 21 febbraio del 2010 all’Aquila, quando la povera Maria Luisa, in veste di inviata del TG1, è stata fortemente contestata da una folla di cittadini inferociti per via della palese disinformazione fatta sulla loro drammatica situazione nei mesi precedenti. Alla gente che le dava della “serva di Berlusconi” la giornalista ha risposto con imbarazzo, dicendo che stava facendo solo il suo dovere e lavandosi le mani dall’operato della redazione.
Oggi la Busi si mostra in una veste diversa, più determinata a far valere le proprie posizioni, raccontando quante volte ha considerato omertosi e superficiali i servizi che si trovava a presentare e sentendo di dover chiedere al direttore dove sono finiti i suoi iniziali propositi di proporre un servizio imparziale e vicino alla gente: “Dov’è il paese reale?(…) E dove sono le donne e gli uomini che hanno perso il lavoro? Un milione di persone, dietro alle quali ci sono le loro famiglie. Dove sono i giovani, per la prima volta con un futuro peggiore dei padri? E i quarantenni ancora precari, a 800 euro al mese, che non possono comprare neanche un divano, figuriamoci mettere al mondo un figlio? E dove sono i cassintegrati dell’Alitalia? Che fine hanno fatto? E le centinaia di aziende che chiudono e gli imprenditori del nord-est che si tolgono la vita perché falliti? Dov’è questa Italia che abbiamo il dovere di raccontare?” “Quell’Italia esiste. Ma il Tg1 l’ha eliminata(…)diamo spazio solo ai ministri Gelmini e Brunetta che presentano il nuovo grande progetto per la digitalizzazione della scuola, compreso di lavagna interattiva multimediale”


Sono queste le motivazioni che portano la giornalista a dimettersi dopo 21 anni di lavoro nell’ editoriale, dopo settimane di accuse mosse contro di lei dalla polizia politica de “Il Giornale” di “Libero” e di “Panorama” subito pronta a reagire alle prime critiche dai lei sollevate dandole della “ragazza chiacchierona”.


Qualcuno ancora si lascia andare a sorrisi bonari nel constatare il fatto che Fredoom House ha degradato nel 2009 l’Italia a paese “parzialmente libero” per quanto riguarda la libertà di stampa o nel leggere che nel rapporto dello stesso anno di Reporters sans Frontières siamo stati relegati al 49°posto nella classifica dei paesi con maggior libertà d’espressione; altri con meno contegno respingono le accuse al mittente, dimostrando per l’ennesima volta che viviamo in un contesto culturale che considera l’intolleranza per il diritto di cronaca come una posizione accettabile, ponendo la nostra Democrazia alla stregua di paesi con governi dittatoriali ed illiberali, paesi con i quali condividiamo effettivamente problematiche socio-politiche come quella della parzialità dell’informazione.


-Riccardo Trobbiani-

Nessun commento:

Posta un commento