Di recente, infatti, la linea di pensiero che prevale è la pluralità. Che i giornali siano obiettivi ormai non conta più. Il principio fondamentale che regola l'informazione odierna è che nessuno deve ergersi a giudice o a garante “dell'obiettività dell'informazione”. Ognuno dice ciò che ritiene giusto ed opportuno, il tutto seguendo propri criteri personali. Deve essere chi legge, chi ascolta, poi, a stabilire la veridicità dell'accaduto, magari dopo aver consultato più di una fonte. Ma sarà sempre possibile distinguere tra verità e mistificazione se non si segue più il criterio di obiettività che è alla base della sana informazione? No, assolutamente.
E i risultati si vedono: un sondaggio IPSOS sulla credibilità dei mezzi di informazione in Italia, rivela che gli italiani reputano i temi politici ed economici i meno credibili tra quelli trattati dai media. Emerge inoltre a sorpresa che la fonte d'informazione più apprezzata è la radio. Il motivo è semplice: la radio garantisce un’informazione rapida e puntuale, dovendo essere sintetica e quasi del tutto immune, o comunque in misura minore di altri fonti, ad ogni tipo di manipolazione di stampo politico ed ideologico.
Il giornalismo cartaceo invece, soprattutto in Italia, sta versando in una crisi profonda destinata a crescere nel futuro. E la colpa non è riconducibile alla radio o alla diffusione dell’informazione su Internet, bensì alla crescente sfiducia dei lettori nei confronti dell’attuale classe giornalistica. L'informazione è utilizzata come mero mezzo di propaganda politica e i giornalisti, per salvaguardare questo fine, non esitano a sacrificare la realtà dei fatti, oltre che a vendere la propria onestà intellettuale.
In tal merito, vi propongo due illustri esempi di servilismo giornalistico, anche se ovviamente potrei citarne molti di più.
Vittorio Feltri

Classe '43, bergamasco, inizia diciannovenne la sua carriera giornalistica. Nel '94, viene contattato da Paolo Berlusconi, editore de “Il Giornale”, che gli offre la direzione del quotidiano dopo l'addio di Indro Montanelli. Feltri accetta, dopo aver inizialmente rifiutato. Nel dicembre 1997, si dimette a seguito di un clamoroso articolo a favore di Antonio Di Pietro, adducendo la seguente motivazione:
“Quando capii che la famiglia Berlusconi aveva bisogno del direttore di un quotidiano di partito, non potei più rimanere. Non è un mestiere che so fare”.
Il 18 luglio del 2000, fonda “Libero”, quotidiano liberale-conservatore. Lo stile del giornale è sarcastico, pungente e talvolta si utilizzano termini gergali per descrivere vicende politiche. Pochi mesi dopo, Feltri viene radiato dall'ordine dei Giornalisti della Lombardia per aver pubblicato la lista dei nomi dei cittadini italiani sotto procedimento giudiziario per accuse di pedofilia. Tre anni dopo, il provvedimento viene annullato e convertito in censura.
Il 21 agosto 2009, Feltri assume nuovamente la guida de “Il Giornale”, subentrando a Mario Giordano. Proprio in quel periodo, mentre infuria la polemica sulle escort, Feltri intraprende un duro attacco nei confronti di Dino Boffo, direttore del quotidiano “Avvenire”, reo di aver espresso riserve sul comportamento del presidente del Consiglio in merito alle vicende in questione. L'attacco denunciava la presunta omosessualità di Boffo, notizia che suscitò sdegno e scalpore tra i media, tanto che lo stesso direttore sarà poi costretto a dimettersi. Solo due mesi dopo, Feltri pubblicherà un articolo su “Il Giornale” in cui riconosce il falso e chiede scusa a Boffo.
A seguito di tali vicende, il 25 marzo 2010, il Consiglio dell'ordine dei Giornalisti della Lombardia sospende Vittorio Feltri dall'albo professionale per sei mesi. Dopo il “caso Boffo”, a cui seguì poi l'attacco a Fini per le sue aperture sul voto amministrativo agli immigrati e sul testamento biologico, Giorgio Bocca, giornalista e scrittore, accusa apertamente Feltri di fare “uso terroristico dell'informazione” al servizio della politica di Silvio Berlusconi.
Feltri oltre a questo è stato oggetto di numerose implicazioni giudiziarie oltre che a polemiche circa la credibilità di taluni suoi articoli pubblicati ne “Il Giornale”.
Augusto Minzolini

Classe '58, romano, è un giornalista e notista politico. Nel 1994, intervistato da “La Repubblica”, si dichiara contrario ad ogni tipo di privacy per i politici, affermando che“un politico deve sapere che ogni aspetto della sua vita è pubblico. Se non accetta questa regola rinunci a fare il politico”. Si arriva, di li a poco, a parlare di “minzolinismo”, neologismo inteso come “forma di giornalismo che si basa sulla raccolta di dichiarazioni anche informali di uomini politici, senza alcuna verifica delle informazioni raccolte”. Allievo di Guido Quaranta, fu per un ventennio “il principe del retroscena politico” (Repubblica).
Il 20 maggio 2009 viene nominato direttore del Tg1 ed interviene più volte in apertura del telegiornale con gli “editoriali del direttore”. Il 3 ottobre, in occasione dell'edizione serale del Tg1, aprì l'editoriale criticando apertamente la manifestazione per la libertà di stampa indetta lo stesso giorno, definendola "incomprensibile". Aspre polemiche si sono sollevate da parte di molti esponenti politici ed, in particolare, dallo stesso comitato di redazione del Tg1 che in un comunicato si è dissociato dalle dichiarazioni di Minzolini.
In altri successivi editoriali, il direttore denuncia "il clima d'odio" che si respira in Italia a seguito dell'aggressione subita da Berlusconi nel dicembre dello stesso anno. Nel febbraio 2010, si schiera contro l'inchiesta riguardante Guido Bertolaso parlando di “gogna mediatica pre-elettorale”; il 13 marzo, al Tg1, difende la sua posizione dalla presunta accusa di concussione, mossa (da indiscrezioni poi smentite) dalla procura di Trani a seguito di un articolo del Fatto Quotidiano, secondo la quale, Minzolini avrebbe promesso a Berlusconi di mandare in onda degli editoriali favorevoli alla sua linea politica. A riguardo è intervenuta l'Agcom (Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni) la quale ha inflitto al Tg1 e al Tg5 una multa di centomila euro ciascuno per la parzialità messa in atto nell'informazione politica: non è stata di fatto rispettata la par condicio, dal momento che ai partiti di governo è stato riservato il doppio dello spazio rispetto all'opposizione.
Lorenzo Del Boca, presidente dell'Ordine nazionale, ha giustificato il comportamento di Minzolini adducendo la seguente motivazione: “Così fan tutti”.
L'esempio fornitoci da questi due giornalisti (e nn solo) credo sia esauriente e non necessita di ulteriori chiarimenti. La conclusione univoca a cui si giunge è fondata sull'evidenza. È evidente infatti come sia diventata pratica abituale svendere la propria professionalità in nome di un servilismo sfacciato e, soprattutto, come si possa rinunciare alla propria dignità personale solo per vedere scritto il proprio nome in fondo ad un libro paga.
-Paolo Dringoli-
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