Ru486: la pillola della coscienza
Considerata la portata dell'argomento è opportuno muovere un'attenta analisi sugli aspetti essenziali che vi sono dietro.
È importante iniziare con un confronto propriamente tecnico in riferimento ai due metodi abortivi in questione (chirurgico e farmacologico).
Metodo chirurgico:
- prevede un'operazione, breve in genere, sotto anestesia (per cui non si ha coscienza dell'intervento).
- l'intervento non viene effettuato prima della 7a settimana.
- di solito le perdite di sangue dopo l’operazione sono poco abbondanti e di breve durata.
- dolori prolungati sono rari.
Metodo farmacologico:
- in oltre il 95% dei casi non è necessario un intervento chirurgico.
- assenza di anestesia (coscienza dell'intervento).
- il procedimento dura tre giorni.
- l’interruzione può essere praticata molto precocemente, il che è sovente percepito come un sollievo psichico.
- perdite di sangue più prolungate.
- dolori addominali che durano più o meno a lungo.
Secondo l'USPDA (Unione Svizzera per decriminalizzare l'aborto), i rischi sono piccoli in entrambi i metodi: le complicazioni gravi occorrono in meno dell’uno per cento dei casi. Raramente si manifestano ulteriori problemi di salute.
Entrambi i metodi sono efficaci e sicuri; la differenza principale riguarda il periodo entro il quale la donna si deve decidere e la diversa percezione che ha dei due metodi, dipesa dalle inevitabili sofferenze psico-fisiche cagionate a seguito della sua scelta. L'interruzione farmacologica è più immediata per le donne che sono giunte rapidamente alla chiara decisione di interrompere la gravidanza. Le donne che procrastinano la decisione o hanno bisogno di un tempo di riflessione più lungo, devono ricorrere necessariamente all’intervento chirurgico.
Spostandoci in ambito giuridico, una delle maggiori critiche rivolte alla “pillola del giorno dopo” è la sua incompatibilità con la legge 194. In realtà, secondo quanto confermato da Amedeo Bianco, presidente della Federazione nazionale degli ordini dei medici, la pillola abortiva è a tutti gli effetti compatibile con il testo della normativa. Ma vediamo il perchè.
I contrasti sono sorti in riferimento a taluni articoli della legge, i quali impongono il ricovero in una struttura sanitaria dal momento dell'assunzione del farmaco fino alla certezza dell'avvenuta interruzione della gravidanza. Inoltre, secondo quanto espresso dal ministro Sacconi, la 194 “prevede una stretta sorveglianza, da parte del personale sanitario cui è demandata la corretta informazione sul trattamento, sui farmaci da associare e sui possibili rischi, nonché l'attento monitoraggio del percorso abortivo onde ridurre al minimo le reazioni avverse”.
La questione dell'illegalità è stata sollevata soprattutto in Toscana, regione leader nell’introduzione della pillola nel servizio sanitario pubblico, dove l’aborto per via farmacologica si è rivelato un vero fallimento: i dati raccolti dal dicembre 2005 mostrano che il 15% delle donne cui è stata somministrata la Ru486 ha poi dovuto subire comunque un intervento chirurgico, sottoponendosi quindi a due procedure abortive consecutive. Ma l'incompatibilità vera e propria si è verificata a seguito del contrasto con l'articolo che prevede la legittimità della procedura abortiva solo se svolta, come sopra citato, “in ambito ospedaliero fino a completamento dell’aborto e delle cure del caso”. Ebbene, in Toscana, la stragrande maggioranza delle donne sottoposta a questo genere di cure, presentava dimissioni volontarie dopo la somministrazione della pillola, e quindi spesso abortiva in casa. Inoltre secondo quanto conferma Massimo Srebot, primario di ginecologia a Pontedera (Pisa), uno dei primi medici in Italia ad introdurre l’aborto chimico, la Ru486 comporta forti dolori per contrazioni violente addominali con eventuale rischio emorragico. Quindi ogni paradossale tesi che sancisce l'avvento dell'aborto indolore risulta essere immediatamente esclusa da questo dato di fatto. Per di più, rimanendo in ambito giuridico, ciò inficia negativamente sul principio di precauzione, alla base dell'ordinamento giuridico in materia di tutela della salute dei pazienti.
Ma in conclusione, la legge 194 legalizza l'aborto farmacologico solo se conforme con i criteri di prevenzione e sussidiarietà adibiti al caso; per cui, previo palesi casi di incompatibilità come in Toscana, la Ru486 è a tutti gli effetti legale.
In ultima istanza, è opportuno esaminare l'aspetto, a mio avviso, più significativo dell'argomento, ovvero la questione morale.
Perchè la Ru486 è la pillola della coscienza? Perchè, essendo una tecnica abortiva, permette alla donna di scegliere se concepire o soffocare una vita umana. Ma tale scelta le compete realmente? “Sopprimere una vita umana è una responsabilità che nessuno può permettersi di assumere senza conoscere a fondo le conseguenze” tuona monsignor Fisichella, presidente della Pontificia Accademia della Vita. La questione quindi verte inevitabilmente sulla libertà dell'individuo. Il libero arbitrio permette all'uomo di scegliere tra bene e male, tra verità e peccato. Solo se sceglie liberamente di perseguire il bene egli può giungere alla verità (perchè solo con la libertà si può tendere ad essa). Ma se non vi è verità non vi è libertà, disse Gesù medesimo (Gv.8;31-32). Allora si può intuire che il libero arbitrio altro non è che un illusoria libertà concessaci affinchè l'uomo sia in grado di giungere coscienziosamente alla verità e fruire così della vera libertà. Ma è ovvio pensare che egli non goda di una libertà assoluta: un cristiano, specie se cattolico, riconosce che vi sono talune questioni morali di fronte alle quali egli stesso non può obiettare, proprio perchè non appartengono al suo dominio intellegibile e soprattuto perchè non necessitano di obiezioni, essendo veritiere ed inconfutabili. Su questa base quindi l'uomo deve riconoscere la sua incapacità, sotto taluni punti di vista, ad essere l'arbitro di una vita umana vera e piena, come quella di un nascituro. Per cui, per un cattolico, il problema in questione non si pone neppure.
Ma questo discorso riguarda l'aborto in generale, compreso quello chirurgico. Allora perchè tanta avversione nei confronti della pillola abortiva? Secondo Carlo Casini, presidente del Movimento per la Vita, la Ru486 “banalizza l'aborto: in definitiva vuole cancellare fino in fondo l'idea che c'è di mezzo la vita di un figlio. Come si fa a dire che c'era davvero un bambino se per ucciderlo basta bere un bicchier d'acqua o poco più?”. In sostanza il timore sollevato dalla pillola abortiva è che la donna sostituisca alla dovuta drammaticità del gesto, un sollievo psicologico ed un incremento eccessivo di fiducia che la spinga con troppa facilità verso strada dell'aborto. In realtà tale questione rischia di travisare la realtà. Non si banalizza assolutamente l'atto abortivo, perchè la pillola non allevia i dolori dell'intervento chirurgico, bensì li prolunga notevolmente anche dopo i tre giorni canonici della cura.
Allora si ritorna al punto iniziale, sulla libertà di abortire o meno, appurato che non esiste alcuna tecnica abortiva che impedisca l'effettiva sofferenza fisica e psicologica.
Il discorso risulterebbe estremamente complesso se si considerasse caso per caso, cattolici e non. Ma credo che in tutto questo polverone mediatico, non ci si è minimamente interrogati sulla figura centrale della vicenda, che è costretta a suo malgrado ad interpretare il ruolo di protagonista e di vittima della tragedia: la donna. Per cui ritengo opportuno concludere riportando il pensiero di una donna, Elisabetta Canitano, ginecologa e presidente di Vita di Donna Onlus, che più di tutti, a mio avviso, è in grado di darci un commento obiettivo sulla realtà, alla ricerca del giusto e del vero:
“L’interruzione volontaria di una gravidanza è sempre e comunque un momento difficile per una donna. Che sia un fallimento di un contraccettivo che veniva usato, che appartenga all’ambivalenza di non proteggersi da un concepimento magari fantasticato, ma impossibile da accogliere, che sia l’irruzione della realtà concreta in una dimensione ideale, come nelle giovanissime, è comunque un momento di rottura attraverso il quale le donne non passano indenni. Nessuna ideologia va sovrapposta all’esposizione già di per sé lacerante, di portare il sentimento e le parole della vita nella carne concreta. Quella che sottoponiamo alla chirurgia, al farmaco, alle cure. E se questo riguarda anche le gravidanze desiderate, che turbano e sconvolgono spesso le donne, in quanto le espropriano del corpo, e le costringono a un nuovo scenario, che può essere sì accolto con gioia, ma che non è così ovvio, a maggior ragione riguarda le gravidanze indesiderate. Allora è necessario dare spazio alla loro voce, e ai loro desideri. [...]La donna ha bisogno della medicina per le sue scelte di vita, non solo per curare le malattie, che è invece l’unico campo che riguarda gli uomini. Che allora la medicina sia al suo servizio, aumentando le sue possibilità di scelta e la sua libertà, diminuendo i suoi rischi”.
Tutto qui.
- Paolo Dringoli -
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