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lunedì 26 aprile 2010

Pdl: il dramma di una maggioranza non più coesa


Dov'è finito l'amore che trionfa sull'odio? Dov'è finito l'ottimismo e la fiducia nel governo? Sono queste le domande che gli elettori si chiedono a fronte dei recenti accadimenti politici. La scenata melodrammatica tra Fini e Berlusconi messa in atto pochi giorni fa sul palco dell'Auditorium in via della Conciliazione (il che è tutto dire) sono l'emblema di una scissione che ha caratteri sempre più evidenti e preoccupanti.
Le divergenze tra i due leader di partito su talune questioni politiche sono palesi ormai da diverso tempo, ma ciò che ha realmente contribuito ad accelerare la crisi è stato il risultato delle elezioni elettorali e l'inaspettato successo della Lega. Ed è proprio da questo punto che Fini muove la polemica: “Al Nord siamo diventati la fotocopia della Lega[...]: il problema è che io ho cercato di fondare il Pdl, non di dar vita ad un'associazione tra noi e Lega, perchè alleati non vuol essere una fotocopia, soprattutto su certi principi”. Primo fra tutti quello del rispetto della persona umana, anche se immigrato clandestino: “Cacciare un bambino se il padre immigrato perde il lavoro viola la dignità umana. Come i medici-spia nei pronto soccorso”. E che dire sui 150 anni dell'Unità d'Italia? “La Padania scrive: che ci sarà mai da festeggiare? E allora mi chiedo: il Pdl ha o no il dovere di reagire a queste offese all'Italia?”. Accusa inoltre il “trattamento mediatico” ingiurioso di cui è stato oggetto negli ultimi mesi “da parte di giornalisti lautamente pagati da familiari del presidente del Consiglio”. Di fronte a queste pesanti accuse Berlusconi risponde a tono, facendo valere la sua posizione. Il dibattito si fa acceso e la disputa continua finchè il premier conclude dicendo: “Se vuoi fare politica devi lasciare la presidenza della Camera, ti accoglieremo a braccia aperte”, a cui segue la immediata provocazione di Fini: “Altrimenti che fai? Mi cacci?”. Il tutto tra lo sconcerto generale: Bondi è inorridito, Gasparri è incredulo, Alemanno tiene gli occhi chiusi, Quagliariello ha il sorriso tirato. Insomma, è l'epilogo di una contesa preesistente celata al pubblico dominio da mesi a questa parte ed alimentata da continui battibecchi e dichiarazioni antecedenti che lasciavano presagire ad un equilibrio interno tutt'altro che stabile.
La mattina seguente, il capo del governo in presenza del Consiglio dei Ministri (senza Bossi e Tremonti per rispettivi impegni) ha confermato l'intenzione di “dimissionare” il presidente della Camera. Poi, convocati i ministri di An, Ronchi, Alemanno, Meloni, La Russa ed altri, ha ribadito fermamente il concetto affinchè trovassero la “forma più opportuna per far dimettere Fini”.
Fini, d'altro canto, ha assicurato di non temere affatto queste dichiarazioni, invitando i suoi ad abbassare i toni e a mantenere la calma. A fronte del documento anti-correnti votato a stragrande maggioranza (12-171) dai membri della direzione del Pdl, Fini ha lasciato intendere che d'ora in poi in Parlamento nulla sarà scontato, considerando che Denis Verdini (l'uomo delle cifre astronomiche) “ha calcolato il 6% della Direzione sul totale degli aventi diritto e non sui reali votanti, che in quel momento saranno stati al massimo una sessantina”. Per cui la quota “reale” del presidente della Camera potrebbe proiettarsi fino al 20%. Ed è su questa base che lunedì pomeriggio ha convocato una riunione con i 55 parlamentari di An per fissare un “percorso unitario”, che guiderà personalmente, con un punto fermo da rispettare: “il riconoscimento della leadership di Berlusconi, il rispetto del programma, la lealtà al patto con gli elettori”. Quanto a Bocchino, finiano doc, reo di aver “esposto il Pdl al pubblico ludibrio” a seguito delle recenti comparsate in tv insieme ad Urso ed altri esponenti An, è stato oggetto di pesanti critiche da parte del premier e da Bondi, tanto che un gruppo di deputati del Pdl ha già pronto un documento per sfiduciarlo e fra breve partirà la raccolta firme. Obiettivo: ovviamente dimetterlo da vicecapogruppo alla Camera.
Ad ogni modo Fini sconfessa ogni ipotesi di dimissione (“Vorrebbe che me ne andassi, ma non gli farò questo favore”) e sancisce la fine dell'unanimismo, puntando decisamente verso una maggiore democrazia interna di partito.
Le due parti adesso ruotano attorno ad una fragilissima tregua che in pochi credono possa portare ad una riconciliazione. Ed è per questo che per i “minoritari” si aprono scenari piuttosto interessanti. L'ex leader di An ha avuto di recente diversi contatti telefonici. Il più significativo è stato quello con il leader dell'Udc Pier Ferdinando Casini, che d'ora in poi potrebbe essere una sponda importante. È prematuro parlare di progetti in comune, magari anche allargati a Francesco Rutelli e (chissà) a Montezemolo, ma non è una ipotesi del tutto irrealizzabile. Da parte dell'opposizione arrivano messaggi solidali: Bersani afferma che “il presidente della Camera ha sollevato contraddizioni profonde del Pdl su temi e problemi reali”, Di Pietro ribadisce: “Noi siamo vicini a chi subisce un ricatto politico e vuole ridare dignità al Parlamento”.
E la Lega in tutto ciò cosa dice? Bossi tuona: “Fini vuole fermare l'avanzata della Lega, ha paura che noi ci espandiamo non solo nelle regioni rosse, ma anche al Sud; per questo è pronto a tradire i patti di maggioranza tirando un colpo di freno sul federalismo”. Il Senatur teme “imboscate parlamentari” sul federalismo e minaccia, qualora non si attuasse, la stabilità stessa dell'alleanza. Il rischio delle elezioni anticipate infatti è palese: “Stiamo davanti al crollo del governo”, afferma. Ma Zaia frena: “Il ricorso alle urne bloccherebbe il processo delle riforme, incoraggiato invece dagli ultimi risultati elettorali”. Ad ogni modo Fini sta battendo tutti i record d'antipatia tra il popolo della Lega, basti ascoltare le recenti dirette di Radio Padania per farsi un'idea (cito un eloquente commento da parte di un giovane ascoltatore:”Neppure al Gran Consiglio del Fascismo del '43 c'è stato un voltafaccia del genere”). Bossi, il giorno dopo della lite tra i due esponenti, incalza pesantemente il “cofondatore” intimandolo ad andarsene (“Fini è palesemente contro il popolo del Nord, a favore di quello meridionale[..], Berlusconi avrebbe dovuto sbatterlo fuori subito”), salvo poi ritornare subito sulle sue posizioni una volta ricordatosi del ruolo dell'ex leader An, sospinto infatti dalla minaccia di eventuali ritorsioni circa la realizzazione della riforma sul federalismo. Ecco quindi spiegata la motivazione di fondo che si cela dietro il recente comportamento da mediatore del Ministro delle Riforme nei confronti dei due sfidanti. Anzi già circola la voce secondo la quale Bossi avrebbe offerto a Fini un accordo per candidare a sindaco di Bologna un ex An fedele al presidente della Camera.
Comunque sia gli equilibri interni rimangono assai precari e il Pdl rischia di implodere sotto la pressione di un duplice fronte (An e Lega) che si trascina dietro divergenze ideologiche e politiche così contrastanti tra di loro e con la linea di governo che, a lungo andare, risulteranno fatali per la realizzazione di quella coesione interna indispensabile in una maggioranza che intende governare un Paese già lacerato dalla crisi economica e, a mio avviso, da problemi sociali molto più rilevanti.

-Paolo Dringoli-

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