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venerdì 12 novembre 2010

In Myanmar la Violenza continua a dettare regole



Questo 7 Novembre si sono svolte le elezioni in Myanmar, ex Birmania, giornata importantissima dato che non si andava alle urne da circa 20 anni, quando nel 1990 furono indette le elezioni, stravinte dalla Lega Nazionale per la Democrazia (LND), il partito politico del Nobel per la pace Aung San Suu Kyi. Ma presto sparirono questi fantasmi di giustizia, per far posto alla violenza della giunta militare, che riprese il potere con la forza e pose Aung san Suu Kyi agli arresti domiciliari, che tutt’ora continuano.
In quell’occasione l’affluenza alle urne fu pari all’80% degli aventi diritto al voto. Il 7 Novembre è stato una catastrofe, meno della metà degli elettori ha giudicato utile esprimere la propria decisione. Ma questo possiamo dire che ce lo aspettavamo, sapendo già prima del 7 Novembre che la giunta aveva deciso di prendersi a priori un quarto dei seggi previsti, e che non sarebbero stati accettati nè media, nè esponenti delle opposizioni al conteggio dei voti.
In Myanmar si grida alla farsa, alla manipolazione, si accusa l’USDP (il partito rappresentante il potere militare)di aver comprato voti in cambio di cibo, e continua l’ambasciatore britannico Andrew Heyn denunciando al Guardian: “a molti è stato intimato dagli ufficiali di votare per l’USDP, pena ritorsioni contro di loro e le loro famiglie”. Prima delle elezioni, il ministro della Cultura aveva “suggerito” agli universitari di votare per i partiti favorevoli alla giunta militare, altrimenti ci sarebbe stata una strage. L’esito ha dato ragione al partito vicino al regime, che dichiara di aver ottenuto con successo l’80% dei seggi.
Questa è stata la seconda elezione indetta dalla dittatura militare che governa dal 1962 in Myanmar, la prima fu vinta da Aung San Suu Kyi, una donna straordinaria che sta pagando caro la propria volontà di opporsi in maniera pacifica al regime, e la seconda è stata manipolata tramite minacce, ritorsioni, voti comprati, difficoltà di accesso per le candidature, causate dal pagamento obbligatori di 500 dollari per ogni candidato (l’opposizione NDF è riuscita a portare sulle liste solo 163 candidati, contro i 1150 dell’USDP). Questa votazione non rispecchia la volontà del Paese, bensì la ristretta casta dei militari che tramite colpi di stato detiene il potere, cercando in maniera fallimentare di mostrare una facciata democratica.
Intanto nel paese sono scoppiati scontri armati, sostenuti dalle minoranze etniche, soprattutto quella Karen, esasperate dalla loro condizione di inferiorità e persecuzione in cui li getta il regime. Come conseguenza si sono già rifugiate 20.000 persone nella vicina Thailandia, mentre si accendono manifestazioni nella stessa Thailandia ed in Corea del Sud contro le elezioni fantoccio. Ma dal Vietnam e dalla Cina arrivano congratulazioni per quanto avvenuto.
Obama condanna apertamente l’accaduto, definendo le votazioni nè libere nè eque, e rinnovando dall’India un appello di liberazione nei confronti di Aung San Suu Kyi, chiedendo appunto un maggiore impegno al governo indiano nel farsi promotore del rispetto dei diritti umani in Myanmar. Intanto la condanna dall’Europa arriva sottovoce, consapevole di non avere peso nè economico nè politico nell ex Birmania; quì il maggiore partner (anche per violazione di diritti umani) è la Cina, dove continua lo scambio di armi cinesi per risorse energetiche birmane. Finchè non vi sarà un’intesa con il governo di Pechino, saremo costretti a guardare con indignazione, gridare allo scandalo, fare appelli, ma continueremo a sentirci colpevoli della nostra impotenza in Asia.
Alessandro Iannielli

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